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Dalla Luce all’Ombra … dall’Ombra alla Luce

Il nostro viaggio nell’ex Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli

Dalla Luce all’Ombra…
All’ingresso le anime possedute dalla malattia, dal disagio o solo perché scomode socialmente, venivano denudate della loro dignità, lavate rudemente e “pulite da loro stessi”. Nudi, perdendo la coscienza-conoscenza di sé, solo i ricordi li accompagnavano nei freddi corridoi del Manicomio Leonardo Bianchi di Napoli, e con essi aspettavano…
Tutto ciò non finì in una lontana notte dei tempi, in ere buie lontane, ma soltanto “ieri”… nel 2002, dopo molti anni dall’applicazione della legge Basaglia, la quale prevedeva la chiusura delle “città dei matti”; tale legge del 1978, nota come legge 180, impose la chiusura dei Manicomi riconoscendo a pieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti psichiatrici reinserendoli nel tessuto sociale, nei territori di origine, in famiglia o in case famiglia, mettendo al bando definitivamente pratiche terapeutiche costrittive e brutali (mezzi di contenzione come camicie di forza, fascette leganti, elettroshock, lobotomia). Da allora, in 13 anni, i 54 edifici, su una superficie totale di 20 ettari, si stanno deteriorando, la natura si sta rimpadronendo dei suoi spazi. Vi erano anche strutture e spazi adibiti a campo di calcio, chiesa, farmacia, dispensa, lavanderia, sartoria, sala tessile, tipografia, fabbrica di mattonelle. Unica struttura funzionante oggi è il corpo centrale; nelle sue stanze ci sono i “guardiani” guidati e coordinati dalla Dott.ssa Anna Sicolo, Direttrice del Polo Archivistico della Sanità Napoletana, la quale nell’intervista in esclusiva per Napoliflash24, ci guida in un viaggio all’interno della struttura o di quel che ne rimane e ci racconta anche storie di degenti raccolte e studiate tramite le cartelle cliniche da lei e dal suo staff ogni giorno recuperate e salvaguardate. Inoltre incontriamo un laureando dell’Università di Napoli Federico II, Marco Romano, il quale sta scrivendo la sua Tesi di Laurea sui soldati ricoverati al Bianchi durante la Prima Guerra Mondiale. Incontriamo anche Giuseppe Finaldi e Daniela Baratieri, due Docenti di Storia presso una prestigiosa Università in Australia occidentale, i quali stanno conducendo una Ricerca in Archivio in riferimento al periodo del Fascismo italiano.
La Dott.ssa Sicolo ci accoglie all’ingresso della struttura come Virgilio con Dante e ci conduce, passo dopo passo, nella storia del Leonardo Bianchi, quel che era ma soprattutto quel che si vuole sia in futuro. In passato si accedeva tramite una lunga rampa di accesso in pietra lavica che dava l’idea di un ponte levatoio e che conduceva a un primo blocco di edifici. I pazienti, al loro ingresso, venivano scortati al piano terra alla cosiddetta “fardelleria”: lì lasciavano tutto quello che avevano portato con sé, compresa la loro identità, per assumere il nome di “folle”. In seguito i pazienti attraversavano dei lunghi corridoi e venivano condotti alle stanze di degenza, a destra per gli uomini e a sinistra per le donne. I padiglioni dei degenti erano suddivisi per patologie che si succedevano progredendo in modo esponenziale, secondo il “criterio” di gravità assegnato: “folli tranquilli”, “agitati”, “contagiosi”, “folli furiosi”.

La Dottoressa Sicolo ci racconta poi i suoi primi giorni, nelle vesti di medico, quando la struttura era ancora in fase di attuazione della legge: “In quei primi giorni non mi colpì tanto il degrado, la puzza, lo sporco, le grida disumane, le figure informi, terrificanti, che vagavano chiedendo ossessivamente soldi, sigarette, caffè. Ma invece forte fu la percezione di ciò che mancava: nel manicomio non c’era lo specchio e non c’era il calendario. Questa “assenza”  denunciava in modo eclatante come il quel luogo venissero negate alle persone la fisicità e il tempo. Oppure quando Carmela, sessant’anni circa ma da 45 in manicomio, si vede riflessa in uno specchio che avevo portato, timorosamente avvicinò le mani al volto sfiorandolo e percorrendolo tutto lentamente, poi mi disse: “Quella sono io!?”; l’abbracciai e nel farlo ero entrata anch’io nello specchio accanto a lei: un primo, faticoso, piccolo passo verso il futuro”.
Dopo la graduale e definitiva chiusura della struttura nel 2002, la Dottoressa Sicolo fortemente chiede e ottiene di salvaguardare il grande patrimonio delle cartelle cliniche, registri e fascicoli prodotti tra il 1871 e il 1999, ottenendo dunque l’incarico di Direttrice del Polo Archivistico. Il suo intento è quello di riportare alla luce le storie di così tante anime perse nell’oscurità. Si fa inoltre promotrice di iniziative per il riutilizzo della struttura in ambiti culturali; infatti il 14 febbraio c’è stata la seconda edizione di “Notte degli innamorati di Napoli” che Napoliflash24 ha seguito in esclusiva per l’intera giornata (mettere link).

L’intento per il futuro dell’ex Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi è la riqualificazione e ricollocazione di un bene pubblico in modo che la città di Napoli ne possa usufruire per iniziative e scopi così diversi rispetto alle sue origini: dall’Ombra alla Luce…

Written: Paola Aucelli
Un progetto fortemente voluto.
Per NapoliFlash24.it